GIACOMO LEOPARDI

 
 
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Giacomo Leopardi: il maggior poeta italiano del secolo XIX e uno dei maggiori di tutti i tempi.

Nacque dal conte Monaldo e da Adelaide dei marchesi Antici, l’uno e l’altra di antica nobiltà, rigidamente ligi alle tradizioni; bibliofilo, il padre, e appassionato quanto limitato esaltatore della Chiesa e dell’assolutismo; la madre energica ma di carattere freddo o intransigente. L’incomprensione dei genitori, a cui, per altro, si deve riconoscere la completa buona fede, influì dolorosamente, fin dalla fanciullezza, sulla natura sensibilissima di Giacomo, che si chiuse in sé e si immerse con disperatissimo ardore negli studi. Fin da allora egli nutriva un sogno di gloria e di eroismo a cui sentiva contrastare la fragilità della sua persona. A quindici anni studiava già, per suo conto, il greco e l’ebraico e scriveva tragedie e studi scientifici. Nel ‘17 una passione breve, ma violenta quanto infelice per la cugina Geltrude Cassi-Lazzari doveva iniziarlo all’angoscia amorosa lasciandogli poi perenne nostalgia di una vita intensa, appena e fugacemente sfiorata. Due anni dopo, esasperato dalla ristrettezza spirituale della casa paterna, tentò fuggirne col fratello Carlo; ma l’impresa fallì, e il poeta, sottoposto a stretta vigilanza, si impose una vita ancora più triste e cupa. Solo nel ‘22 potè recarsi a Roma per pochi mesi; l’anno dopo, privo di mezzi e deluso, era ancora in famiglia dove rimase fino al ‘25. Cominciò allora il suo pellegrinaggio per l’Italia: triste pellegrinaggio che ormai il suo animo era malato e in nessun luogo riusciva a trovare quell’intensità di vita spirituale sognata fin dall’infanzia. A Milano lavorò qualche tempo per l’editore Stella; fu a due riprese a Bologna; a Firenze l’amicizia del Giordani, che aveva conosciuto nel ‘17 rimanendo legato con lui da intimo affetto, e la conoscenza del Manzoni e del Vieusseux lo sollevarono alquanto dalla naturale tristezza. Ma la sua salute già deperiva, la morte del fratello Luigi lo abbattè oltremodo e, quando nel ‘28 gli giunse l’invito di occupare una cattedra dantesca nell’università di Bonn, non potè accettarlo. Tornò a Recanati ove rimase due anni finché il generoso invito di Pietro Colletta, che gli offerse i mezzi necessari quale anticipo sui futuri guadagni letterari, gli permise di tornare a Firenze. Trovò qui le amicizie più care ma, insieme, nuovi affanni amorosi; molto gli giovò la conoscenza di Antonio Ranieri, che, divenuto suo intimo, non doveva più abbandonarlo. Con lui andò a Napoli nel ‘33, sperando di rinfrancare la salute scossa in quel clima più mite; e a Napoli, ospite del Ranieri, moriva il 14 giugno del ‘37. L’attività del Leopardi fu vastissima; filologo e critico profondo, traduceva, ancor giovanotto, la Batracomiomachia (Battaglia delle rane e dei topi) attribuita a Omero, e il Manuale di Epiteto. Notevole è un suo Commento al Canzoniere del Petrarca e una Crestomazia della prosa e della poesia italiana, compilata per l’editore Stella. Pensatore profondo e originale, se non sistematico, lasciava nelle venticinque Operette morali un saggio di vivace e acuta dialettica in cui svolgeva le sue idee sull’esistenza. Ma più profondo e drammatico è il materiale da lui raccolto per un’opera che doveva riuscire terribilmente grandiosa, la Storia di un’anima, e che ci è giunta sotto i titoli di Pensieri e Zibaldone. Sono note disordinate di filosofia, di letteratura e di critica su argomenti diversi, ma collegate da un filo interiore che è l’anima stessa del poeta e la sua dolorosa e meravigliosa unità. Il contenuto spirituale di questi scritti trovava intanto nei Canti la sua espressione più perfetta e più immediata: forse mai, come nel Leopardi, l’opera di un poeta a mantenuto una cosi stretta continuità e un significato filosofico cosi coerente, dai primi tentativi fino alle più mature creazioni. L’ispirazione poetica e filosofica del Leopardi gravita attorno a un’idea fondamentale: l’evolversi della civiltà non è altro che un tragico combattimento dell’uomo contro se stesso. Per sua natura l’uomo tende alle illusioni generose da cui nascono i gesti eroici, la felice intensità della vita, lo slancio verso la gloria e la gioia. Ma la civiltà ha voluto vedere il vero entro la trama delle illusioni e l’ha spezzata per sempre: colui che sa non può più illudersi, quindi non può sperare né avventurarsi generosamente verso l’ignoto; la scienza ha distrutto le illusioni molto tempo prima che Galileo, dimostrando che la terra non è, con l’uomo suo abitatore, il centro dell’universo, le desse il colpo definitivo. Questo motivo ritorna, sotto vari aspetti, si può dire in ogni scritto del Leopardi: nell’Infinito solo in grazia di un cespuglio che nasconde la vista è possibile al poeta crearsi l’illusione di spazi sterminati al di là; nel Sabato del villaggio il giorno festivo appare gioioso finché è atteso, ossia finché si può mantenere in noi l’illusione di una gioia che non sarà mantenuta; nell’Inno ai Patriarchi è cantata la felicità di un’epoca in cui la natura, non ancora offesa dall’avidità umana di sapere, dava ancora gioia all’uomo. Ma poiché questo passaggio dall’illusione alla delusione è potuto avvenire, significa che la vita, nel suo complesso, è essenzialmente dolore: questa nota informa tutta l’opera più matura del poeta. Nutrito di studi classici ma destinato a partecipare drammaticamente a tutta la complessa spiritualità del romanticismo, il Leopardi ci ha dato la più classicamente perfetta e la più profonda espressione dell’animo romantico. Si può dire che tutta la logorante lotta di spiriti, che si svolse in Europa durante l’Ottocento, è già contenuta nell’opera leopardiana ed esprime in quella la sua tragedia, dominata, come mai altrove, dalle leggi proprie dell’arte. Attraverso le illuminanti parole del filologo tedesco Karl Vossler, crediamo opportuno sottolineare un concetto sulla religiosità dell’opera leopardiana. Scrive il Vossler: «Il Leopardi studiava e scriveva con religione, non soltanto in quel senso secondario e metaforico del termine che si adopera per indicare la dedizione, serietà e cura con cui si fanno le cose, ma anche nel senso proprio di fede metafisica... Di buon’ora... egli abbandonò definitivamente la chiesa ed ogni dogmatismo cristiano, senza rimorso né pentimenti: persuaso che il cristianesimo non era che illusione umana, troppo umana, come del resto tutte le religioni positive: e si diede, cioè cadde in braccio ad una religione negativa, tutta sua, personalissima... La certezza del nulla s’impossessò del Leopardi... La sua fede vive in continua opposizione contro le altre religioni, specie la cristiana... La religione del nostro poeta è appassionatamente polemica, corazzata ed armata, così per la difesa come per l’aggressione, e quindi non meno dogmatica di quella dei teologi cattolici o protestanti. Nulla di più rigido di quel dogma del nulla. ... Io non conosco nella poesia romantica e post-romantica dell’Europa moderna altra figura di Lucifero così nobilmente sdegnosa, casta e composta nella sua inesorabilità, così poco grottesca, così poco fantastica o gotica, e tanto serena. Né conosco per conseguenza altro poeta che abbia osato dare al suo pessimismo espressioni così agghiaccianti, taglienti, impassibili e geometriche — senza affettazione né turbamento —; con un fil di voce argentea che non trema, il Leopardi dice, come fra parentesi, in mezzo al suo canto, le cose più orrende». Giacomo Leopardi nacque a Recanati, una piccola città di provincia dell’entroterra marchigiano, il 29 giugno 1798. Sua madre, Adelaide dei marchesi Antici, era nota per la sua esagerata parsimonia, al punto (si dice) da rallegrarsi della morte di un figlio neonato, in prospettiva del risparmio che ne sarebbe derivato. Forse per compensare questa maniacale avarizia, suo padre, il conte Monaldo, nobile reazionario e intellettuale conservatore, si dedicò a dissipare la fortuna di famiglia. In compenso accumulò una vastissima biblioteca. Cresciuto con una rigida educazione religiosa, Giacomo Leopardi trovò presto la strada dell’accogliente biblioteca paterna che occupò il posto dei giochi dell’infanzia. A 15 anni Giacomo Leopardi conosceva già diverse lingue e aveva letto quasi tutto: lingue classiche, ebraico, lingue moderne, storia, filosofia e filologia (nonché scienze naturali e astronomia). Gli insegnanti che avrebbero dovuto prepararlo al sacerdozio dovettero presto ammettere di non avere molto da insegnargli. Nei sette anni che seguirono, Leopardi si buttò in uno studio «matto e disperatissimo», in cui tradusse i classici, praticò sette lingue, scrisse un dotto testo di astronomia e scrisse un falso poema in greco antico, sufficientemente convincente da ingannare un esperto. Il culto della gloria modellato sugli eroi antichi generava nel giovane Leopardi un forte desiderio di primeggiare, che lo spingeva a cimentarsi in opere di vario genere. Risalgono a questo periodo le tragedie La virtù indiana e Pompeo in Egitto; La storia dell’astronomia dalla sua origine fino all’anno 1811 (1813); il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815), e infine l’Orazione degli italiani in occasione della liberazione del Piceno (1815), in cui, allontanandosi dall’ideologia reazionaria del padre, traduce in chiave antitirannica l’adesione al cattolicesimo e al legittimismo politico. Divenne saggista e traduttore, specialmente di classici. Del 1816 fu il suo passaggio «dall’erudizione al bello», ossia dallo studio alla produzione poetica. Tra le prove poetiche più originali, ricordiamo l’idillio Le rimembranze e la cantica Appressamento della morte. Nello stesso anno è da datare la sua missiva alla «Biblioteca italiana», con la quale il Leopardi difendeva le posizioni dei classicisti in risposta a Madame de Stäel. L’anno dopo avviò una fitta corrispondenza con Pietro Giordani — che gli aprì più vasti orizzonti culturali — e iniziò la stesura dello Zibaldone; sempre in questo periodo s’innamorò della cugina del padre, Geltrude Cassi, alla quale dedicò la poesia Diario del primo amore e L’elegia prima. Non gli fu concesso di uscire di casa da solo finché non compì vent’anni. Le sue ambizioni accademiche furono compromesse dall’insistenza del padre perché diventasse sacerdote. Esasperato dall’ambiente familiare e dalla chiusura, soprattutto culturale, delle Marche, governate dal retrivo Stato Pontificio, cercò di fuggire da casa, ma suo padre riuscì a prevenirlo e a sventare i suoi piani. Cominciò a soffrire di una salute cagionevole, che egli attribuì ai suoi studi sregolati. Aveva una vista debole, soffriva d’asma ed era effetto da una forma di scoliosi. Si autodefiniva un «sepolcro ambulante» ed era consapevole dell’effetto che il suo aspetto provocava sulle persone che incontrava. Ciò nonostante, non cessò di invaghirsi di fanciulle che non ricambiavano il suo affetto o lo ignoravano totalmente. Del ‘18 sono le canzoni «civili» All’Italia e Sopra il monumento di Dante, nonché lo scritto Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica, testi nei quali è già presente il cosiddetto pessimismo storico, ossia quell’atteggiamento agonistico verso la società contemporanea, considerata come corruttrice dei valori autentici della natura. Persa la fede, Leopardi rivolse le sue attenzioni alla filosofia sensistica e materialistica (Pascal, Voltaire, Rousseau). Si compì così la sua conversione filosofica. A questo periodo (1819-1823) appartengono anche la composizione degli idilli L’infinito, Alla luna e altre Canzoni (pubblicate poi a Bologna nel 1824) e la sua conversione «dal bello al vero», con il conseguente intensificarsi delle sue elaborazioni filosofiche, tra cui la teoria del piacere. Quando finalmente, nel 1822, i suoi genitori gli concessero di far visita a un cugino a Roma, la capitale lo deluse e perfino lo disgustò. La vita e l’ambiente letterario romano gli apparvero meschini e mediocri, privi di qualsiasi problematicità. Tuttavia i suoi scritti trovarono numerosi estimatori nei migliori circoli letterari di Roma, molti dei quali egli trovava insopportabili, né si curava di dissimulare il suo fastidio. Nel 1823 fece ritorno nelle Marche, dove nel 1824 iniziò a comporre le Operette morali. Proprio le Operette segnarono, con il rifiuto dell’impegno agonistico e della partecipazione politica, la piena formulazione del «pessimismo cosmico»: la Natura veniva accusata di essere la fonte delle sventure umane, in quanto instilla nelle persone un continuo desiderio di felicità destinato ad essere sistematicamente frustrato. Oltre alle Operette morali, come pure, più tardi, ai Canti, il trattato di filosofia politica Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (1824) racchiude la sintesi del pensiero del poeta di Recanati. Il punto di partenza della riflessione leopardiana è l’influsso che la diffusione dell’Illuminismo ha avuto sulla morale comune: «la distruzione o indebolimento de’ principi morali fondati sulla persuasione». Nel 1825 Leopardi riuscì a lasciare Recanati grazie all’avvio di una collaborazione con l’editore milanese Stella che gli garantì una certa indipendenza economica: fu a Milano, a Bologna (dove conobbe il conte Carlo Pepoli e pubblicò un’edizione di Versi), a Firenze (dove incontrò Manzoni e scrisse altre due operette morali) e a Pisa (dove compose Il risogimento e A Silvia). Mangiava disordinatamente, prediligendo i dolci, si lavava poco e si cambiava raramente d’abito. Ridicolizzava chi gli stava antipatico, non importa quanto lo ammirassero, e diceva peste e corna sia della visione secolare e liberale del mondo che della consolazione della religione. Costretto a tornare a Recanati nel 1828, proseguì la produzione lirica che aveva iniziato a Pisa con l’approfondimento delle tematiche della «natura matrigna» e della caduta delle illusioni. Nel 1827 uscirono presso l’editore Stella la prima edizione delle Operette morali e la Crestomazia italiana, un’antologia della prosa d’arte italiana, seguita l’anno successivo dalla Crestomazia poetica italiana. Nel ‘30 uno stipendio mensile messogli a disposizione da alcuni amici gli permise di lasciare nuovamente Recanati e di stabilirsi a Firenze, dove iniziò una vita di più intesi rapporti sociali. Qui s’innamorò di Fanny Targioni Tozzetti (la delusione scaturita dall’amore per lei gli ispirerà il ciclo di Aspasia) e strinse amicizia con Antonio Ranieri. Nel 1831 uscì la prima edizione dei Canti e iniziò probabilmente a lavorare ai Pensieri e ai Paralipomeni della Bratacomiomachia (conclusi nel 1835). Sempre più lucida e impetuosa divenne in questi anni la sua critica delle ideologie spiritualistiche e della civiltà borghese contemporanea. Su questo sfondo nacquero nel 1832 le ultime operette il Dialogo di Tristano e di un amico e Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere. Aggravatasi la sua malattia agli occhi, nel 1833 si trasferì a Napoli con Ranieri. Nel 1835 vennero pubblicati la Palinodia al marchese Gino Capponi e la seconda edizione dei Canti, che l’anno successivo venne sequestrata dalla polizia. Del ‘36 è La ginestra, del ‘37 Il tramonto della luna e probabilmente I nuovi credenti, in cui satireggia lo spiritualismo ottimistico degli intellettuali napoletani. Durante questo soggiorno napoletano Leopardi approdò a un nuovo senso della comune sorte degli uomini, ossia a quel senso della solidarietà umana fondata sulla conoscenza del «vero». Quando la sua salute peggiorò, gli amici e la sorella Paolina lo assistettero con grande affetto. Un attacco d’asma ebbe la meglio su di lui, esaudendo l’unico desiderio che pensava un uomo potesse sinceramente custodire. Morì a Napoli, dove infuriava il colera, il 14 giugno del 1837. Venne sepolto nella chiesetta di San Vitale e nel 1839 le sue spoglie vennero trasferite presso la cosiddetta «tomba di Virgilio» a Mergellina.