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LB 147 Friedrich Wilhelm Nietzsche Dimensioni: h. cm 77 peso (entro i 25 kg.) |
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Della categoria degli
scrittori seri, Friedrich Wilhelm Nietzsche è tuttora il più letto. Il
superbo desiderio da lui espresso un giorno in una lettera contro Brandes
: « un paio di lettori, di cui si nutra stima, altrimenti nessun lettore
», non si è adempito. Si moltiplicano le edizioni delle sue opere e si
moltiplicano gli scritti che trattano di lui. Una schiera di solerti
discepoli, in massima parte letterati e artisti, seguono il suo nome. Le
sue teorie si trasformano in articoli di fede, che vengono fraintesi e
compromettono Nietzsche. È manifesta l'influenza del suo stile sui
rappresentanti del « moderno » nella nostra letteratura. Si cerca di
imitar lui, che né è imitabile, né è da imitare. E la no stra epoca ne ha
fatto il filosofo di moda solo perchè non lo ha compreso.
A volerlo lodare, si urta contro il suo sentimento: « Io tesi l'orecchio a
l'eco ed ascoltai soltanto lodi », dice in nome suo il « deluso ». Ma col
volerlo confutare ci si accosta troppo tardi a lui. Egli accenna a se
stesso, quando dice, nel Viandante e la sua ombra (Afor. 249) : « Questo
pensatore non ha bisogno di nessuno che lo confuti : a ciò basta lui
stesso ». E poi, quando si ha da fare con una personalità, non la si
confuta; si cerca di intenderla.
Un principio direttivo dell' estetica moderna antepone all'opera la
personalità dell'artista. Ciò dieci è comunicato dall'artista e su cui
riposa la sua vera azione, non è soltanto — o non è in prima linea —
l'obietto dell'opera sua, ma è bensì egli stesso nell'opera sua, il suo
modo di concepire l'oggetto, la sua disposizione di animo, la sua gioia di
creare. Opera e persona sono divenute tutt' uno in ogni creazione
puramente artistica. Questo principio può venire applicato anche alle
creazioni del pensiero filosofico, se queste, per la origine loro, sono
affini a opere d'arte, e precisamente può venire applicato ai pensieri
contenuti negli scritti di Nietzsche.
Nietzsche è il più personale dei pensatori. Egli ha attinto alla sua
personalissima esperienza l'affermazione , che ogni filosofia è stata
finora « l' autoconfessione del suo autore ed una specie di mémoires
involontarie, e che « nei filosofi non esiste assolutamente nulla di
impersonale». Milli ipsi scripsi !— per me medesimo lo scrissi — esclama
egli riferendosi a ciascuna delle sue opere. « I miei scritti parlano
esclusivamente delle mie vittorie, — è detto nel proemio al secondo volume
di Cose umane, troppo amane — «io vi sono dentro con tutto ciò che mi fu
ostile, ego ipsissimus, anzi addirittura, se è lecita un'espressione più
audace, ego ipsissimum ». E perciò i suoi libri non debbono nemmeno essere
i « soliti libri »; essi sono cose vissute, i libri « più vissuti »,....
pensieri sotto forma di cose vissute.
Questo carattere affatto personale dei suoi scritti esige addirittura che
li si apprezzi dal punto di vista estetico-artistico. Quel che attira
anzitutto l'attenzione non è il vedere se quel che essi contengono sia
vero , ma bensì il vedere che uomo essi ci rivelino e come egli parli da
essi. Noi gustiamo la forma, che, flessibilmente e pienamente, si adatta
ai pensieri— e che pensieri esotici, strani ! — il ritmo della dizione
movimentata, il suono della parola scritta per l'orecchio. Ma sarebbe
tuttavia — usiamo una espressione del Nietzsche — dar segno di «
disgregazione degli istinti », se noi, segnatamente trovandoci di fronte
ad un artista, che è anche un pensatore, volessimo, per il godimento
estetico della forma, perdere di vista l'interesse alla materia o, ciò che
qui sarebbe lo stesso, alla verità delle sue teorie.
Per rendere giustizia a Nietzsche, non bisogna misurarlo con idee che egli
stesso combatte. La misura con cui giudicarlo si deve ricavare dalle sue
stesse opere; bisogna vincerlo, quando questo sia necessario , sul suo
proprio campo e con le sue proprie armi. Il condannare le sue idee dal
punto di vista delle norme e dei concetti della morale attuale e la cosa
più facile di questo mondo, ma è anche la più superflua. Un « inventore di
nuovi valori » non deve essere apprezzato alla stregua dei valori antichi,
e sì sa anche senza bisogno di prova, che l' « immoralista», il quale
considera la morale dominante solo come una specie di morale
biologicamente e storicamente condizionata, non può sussistere dinanzi ad
essa. La questione consiste piuttosto nel vedere, se la « morale » può
sussistere dinanzi a lui ed ai suoi attacchi, e sussistere in tutto quello
che essa afferma, nella sua qualità di emanazione, universalmente valida,
della ragione stessa.
Già nelle sue tendenze fondamentali Nietzsche è « uno che lotta contro il
suo tempo ». Egli è aristocratico e radicale.... « radicalismo
aristocratico, il giudizio più assennato, che finora io abbia letto sul
mio conto ». Con tutta la sua concezione della vita egli rappresenta
l'individualismo; il Rinascimento è la sua età dell'oro. L'epoca segue il
collettivismo, e poi sui compiti sociali dimentica talora di pensare al
valore fondamentale dell'individuo. E forse il destino di Nietzsche fu
proprio quello di mostrare efficacemente alla nostra epoca i pericoli che
scaturiscono dal voler ciecamente attribuire a tutti lo stesso valore e
dal voler rendere tutti eguali, pericoli che minacciano di rimpicciolire
il tipo uomo.
È Nietzsche un filosofo ? Ma che importanza abbia questa domanda, l'ha
detto Nietzsche medesimo. — Nessuna importanza, se per filosofia s'intende
soltanto una scienza come tutte le altre, una scienza speciale alquanto
meno speciale. La massima importanza,, e qui sta il punto, se s'intende
per filosofia l'arte di condursi nella vita, la dottrina della sapienza,
che sola assegna fini alla vita, e se si considera il filosofo per quel
che Nietzsche lo ha già dichiarato nello scritto su Schopenhauer, cioè
come « il legislatore della misura, del valore e del peso delle cose ». Un
filosofo, in questo secondo senso, non ha bisogno di un « sistema »,....
Socrate non ne ha nessuno. Egli influisce piuttosto mediante l' unità
della sua vita spirituale, mediante il suo animo e la potenza della sua
personalità. Né dalle massime sparse del Nietzsche è possibile « costruire
un sistema ». A prima vista pare che non vi sia affatto unità tra i
periodi delle sue opere, tra le opere di un periodo e tra le parti di
un'opera. E se, osservando più attentamente , si scoprono legami sempre
più numerosi, che conducono dalle opere più antiche a quelle più recenti,
se nei pensieri anteriori si possono scoprire germi di quelli posteriori,
tuttavia l'unità che così si dà a conoscere, ben lungi dall'essere
obiettiva o sistematica, è piuttosto personale. Nella coerenza, con cui le
idee si affermano e si sviluppano attraverso tutti i contrasti della
concezione, si rispecchia la coerente evoluzione della singolarissima
personalità del pensatore stesso. Occorre perciò caratterizzare questa
personalità prima di vagliare il valore filosofico delle opere: la parte
biografica acquista la precedenza su quella sistematica.
Noi non domandiamo se Nietzsche sia troppo appassionato per essere un
filosofo. Tutte le grandi cose, e fra esse sono anche le grandi filosofie,
scaturiscono dal cuore e da una grande passione. Domandiamo semplicemente
: è Nietzsche sano abbastanza per essere un filosofo ? Infatti anche la
salute, e nessuno lo seppe meglio di lui, ci vuole per la filosofia. Già
la risposta, che la sua autobiografia (e come tale io intendo
l'esposizione che egli fa di se stesso nelle sue opere e nelle prefazioni
alle sue opere) dà a questa domanda, non è da trascurare.
Chi si vanta di avere ucciso Dio è uno spirito supremamente religioso.
Nietzsche avvampa di febbre di creazione. Affermare è il suo spasimo più
ardente. Trionfa nel negatore dell'ideale mistico la fede più
sovrumanamente profetica. Quella catena lucida di aforismi, di oracoli, di
sentenze eh'è la filosofia di Nietzsche avvince gli spiriti più tormentati
di oggi. «Nietzsche» scrive Gabriel Brunet nella breve e acuta prefazione
al Saint Janvier, (Paris, Stock, 1923) « est le plus grand poète d'idées
depuis Pascal ». Esser poeta significa oggi intuire il proprio destino.
È intuizione mirabile la filosofia di Nietzsche. Nessuno come il creatore
dell'eterno ritorno ha misurato così esattamente il ritmo della nostra
esistenza. Che vale la ricerca di un Fouillée di una antinomia tra
l'impotenza radicale dell'essere e il desiderio radicale di potenza eh'è
l'essenza della vita? Il realista forsennato affamato d'ideale che aspetti
derisori alla Nordau hanno sommariamente giustiziato, oggi risorge quale
proclamatore di una necessità di lotta, di coscienza, d'intelligenza. La
vita non indeterminata universalità per Nietzsche, « acutissimo demolitore
» si, come scrive il Beonio Brocchieri nella sua recentissima monografia,
ma anche alto e forte creatore, assurge per la potenza poetica
nietzscheana, a simbolo religioso. Come si crea il valore simbolico? Quale
forza presiede al nostro mistero vitale? L'uccisore di Dio, profeta del
riso e del fuoco, come può affidare alla cecità fervida del divenire
assoluto, al non essere eterno, la nostra coscienza dolorante, la nostra
delusa intelligenza? V'è, dunque, in Nietzsche lo spasimo dubitoso di un
Pascal insieme con la chiarezza crudele di un Leopardi? Nietzsche è
vittima di una nobile ricchezza contraddittoria come vorrebbe lo Schuré?
Chiarifichiamo il nucleo nietzscheano che anima il creatore e la sua
tragedia : la profezia dell 'eterno ritorno.
Nell'eterno ritorno l'essere che negandosi è divenuto, foggiando a sé
stesso la necessità di uno stile ebro di vita, di un ritmo di grandezza e
di morte che suscita sinfonie di piacere e di gioia, può affermare sé
stesso come creatore di esperienza e di coscienza. L'attimo che ricorre
infinite volte acquista il potere dell'eterno; la vita che sfugge a sé
stessa infaticabilmente diventa l'espressione dolorosa della fatalità.
L'amor fati cui assurge il contemplatore dell'eterno ritorno infonde
nell'uomo il senso della propria necessità. Questa nostra pallida fuga di
povere e futili circostanze di moto che non avrebbe altro senso, dopo la
morte di Dio,- che di pietosa disperazione per il -terribile gioco
dell'universo, si colora, nella luce dell' eterno ritorno, di anima, di
legge, di percezione ritmica. Leopardi esprime, ironista prodigioso, la
coscienza di vanità del dolore universale; Nietzsche, invece, tragico
poeta della necessità superumana, celebra nell'eterno ritorno il proprio
sacro e tremendo destino. L'intelligenza del nulla del cantore di Arimane
diventa nel filosofo della Volontà di Potenza l'intelligenza della
fatalità. Nietzsche è il creatore della religione della vita. L'essere si
distrugge per divenire; divenuto si ricrea. In fondo, a ben considerare,
la morte di Dio è cupa espressione di logicità limpida. Non esiste
creatività senza tormento logico. Anche questo sappiamo da Nietzsche.
Rivivendo infinite volte qual frutto ne ricaviamo? L'uso dello stile del
dolore, sempre più acuto, sempre più rigido, sempre più atto a penetrare
nel vivo di un'umanità che si perfeziona nello spasimo. Noi ci redimiamo,
mediante una volontà più insigne di potenza, dalla tragedia umana che non
comporta catastrofe. E vieppiù, per il dolore sofferto e per la sofferta
creazione di volontà, desideriamo, in durezza che non perdona, una vita
più ardua.
Nietzsche è superamento di superamento. Non so davvero come lo Schuré
possa parlare di sepolcro marmoreo. Nietzsche non ha sepolcro. E la vita.
Ma è anche il mistero. Come si svolge? Del genio di Hegel chiarissimo, e
dell'oscuro genio di Schopenhauer e di Fichte, nessun riverbero percuote
il solitario di Zarathustra?
Nietzsche ha intuito un errore creatore. La profondità dell'intuizione è
tale che leggendo Nietzsche siamo in sicurezza di verità. Ma anche Fichte,
Schopenhauer, Hegel, Kant si affermano potenti dominatori nel vasto
paesaggio nietzscheano, tutto vertigini, ghiacci, e vulcani.
Di quali segreti rapporti è costituita la Volontà di potenza? Il suo stile
lebendig, o atto a tradursi in energia, il suo ritmo di mistero, che così
forte batte nel duro e schietto tedesco di Nietzsche, su cui il Ròmer ha
saputo fermarsi recentemente, da quale sorgente attinge la virginea
necessità?
Perchè è in Nietzsche così precipitosa l'espressione filosofica? Ciò vale,
è ovvio, analizzare la Volontà di potenza.
Nietzsche, lo scavatore di tombe a un mondo in agonia, come è apparso al
De Roberty, è, insieme, un Redentore inebriante. È nietzscheana, ho detto
più volte, la contraddizione? Nietzsche nega la verità perchè la verità
non esiste, e vive per essa. Vuole creare, e riconosce la creatività
dell'errore; odia la morale, e aborre la metafisica moralistica, e ne crea
una ultramoralistica ; inveisce contro l'utilità, e foggia l'estetica
dell'utile. Contraddittoria è, e non può essere altrimenti, la stessa
volontà di potenza che non ha un soggetto, come il divenire non ha un
essere. Contraddittoria non significa in questo caso che reale. Nessun
termine astratto nel saggiatore di infinite a-strazioni : una sintesi di
scorcio soccorre sempre chi combatte la scheletrica universalità del
geometrismo filosofico. Nella rete d'oro creata da quella « tète ardente
qui trans figure », come scrive esattamente il De Roberty, lo spirito di
Nietzsche sa cantare. Che cosa? Che il non-vero è la condizione della
vita.
Nietzsche sa, come Stirner avviluppato in formule hegeliane non potrebbe,
impersonare il proprio pensiero .- Nietzsche, creandosi personaggio
drammatico di sé stesso, traduce nella realtà della vita una
contraddizione. Cioè? La volontà di potenza diviene. E gioia acuta di
acuta sofferenza che si fa uomo, scrive Nietzsche.
C'è dunque, una cosa in se come radice di verità, non-verità per Nietzsche,
sottilmente crudele col suo pensiero, in questo aspro combattitore della
teoretica kantiana?
L'idea hegeliana lascia tracce di sé nel divenire assoluto di Nietzsche?
Per rispondere, poiché Nietzsche non è rettilineo se non apparentemente, e
l'acutissimo Flemming lo sa, bisogna rispettare quella ironischen
Widerstand, che significa nella no¬stra lingua divina contraddizione,
vellutata di malignità. L'idea di Hegel diviene, come diviene la volontà
di potenza. Ma questa diviene e ritorna. Che cosa ritorna? Ritorna il non
essere, l'irrazionale, il caos. Perchè ritorna? Nessun perchè in Nietzsche,
creatore d'immortalità durissimo e freddissimo, verso sé stesso, così
caldo e così tenero di affetti; nessun perchè che menoma la tragedia umana
e universale. Il movimento dialettico si traduce in atto di fede.
Perspicuo fu, a questo riguardo, l'Orestano.
Nietzsche che nega l'io, in senso fichtiano, e lo adora, si ricollega al
Fichte? Come?
L'io in Fichte è condizione di suprema realtà. Come tale, cioè come
condizione di certezza assoluta, o di autocoscienza, o di autocreazione (selbstschopfung)
l'io è formato di chiari e oscuri psicologici che variano di valore a
seconda delle funzioni attive dell'io, e creano, nella loro totalità, un
senso di problema dell'essere eh'è in Fichte il fondamento della coscienza
e della scienza, dell'intuizione e immaginazione, e della ragione. L'io è,
in fondo, ridotto a un'espressione quasi simbolica del proprio valore, una
grandezza imponderabile come l'X ch'è il segreto imponderabile di ogni
atto dell'io. È un'X determinata da un accavallarsi di tormentosi problemi
che formano insieme un problema unico e dominante : è un'attività
riposante, come scrisse il Fichte stesso, una contraddizione in termini,
ad eliminazione, per l'intendimento di simile contraddizione, di quel
potere razionale eh'è l'unico mezzo fichtiano di valorizzazione
dell'immaginazione o intuizione creativa, espressione dell'io che vuole
autocrearsi o redimersi dall'incubo del proprio problema. L'io è per
Fichte, dunque, l'auto-problema.
In Federico Nietzsche l'auto-problema si può dire assurga a legge di vita
e di moralità. Bisogna sempre cercarsi, sempre complicarsi, sempre
sfuggire a ogni soluzione statica di sé stessi, sempre icsizzarsi, perchè
la contraddizione immanente che acutamente scoprì nel Nietzsche il De
Roberty, non si risolva. Nietzsche, tuttavia, nelle sue audacie, supera lo
stesso Fichte. L''auto-problema non è un'espressione di ve¬rità assoluta
per Nietzsche : esso è figlio delle nostre attitudini categorizzatrici che
necessariamente ci illudono; esso è un mezzo per muoverci. Esiste verità
per Nietzsche? Nietzsche non è uno scetticista, nonostante gli
atteggiamenti scettici del suo pensiero, prima e dopo Zarathustra,
studiati, tra gli altri dal Lachmann nel suo Protagoras Nietzsche und
Stirner (Berlin, Simion, 1914); comunque dello scetticismo palpita l'anima
secreta qua e là in Nietzsche. L'antinomista di vita e ragione sa che per
vivere è necessario l'impulso irrazionale.
La domanda è necessaria per Nietzsche, ma resti domanda.
Per cui, della stessa negazione dello Schopenhauer, che cosa resta mai in
Nietzsche? Se restasse la violenta negazione di negazione, o
l'affermazione, nuda e intera, Nietzsche ci riuscirebbe incomprensibile.
In realtà, la volontà di potenza sembra un saggio del wille
schopenhaueriano. Quel wille che si rinnega può vivere ? Dunque il wille
di Schopenhauer è falso rispetto alla vita. Ma la vita è verità? Sì, è la
verità della universale falsità: è la distruzione creatrice. « Alles ist
wahr? Nichts ist war. » La volontà nietzscheana, tutta gioia creativa,
furore d'azione, alacrità vibrante, febbre distruttrice, si esprime nel
superarsi, nell'andar oltre, nel drammatizzarsi nella storia, lasciando
tracce del proprio io. Si potrebbe dire ciò, nonché dinamico, anche
hegeliano nel senso ch'esso è la formula del divenire di Hegel tradotta in
termini individualistici e caratterizzata dalla tragedia di un uomo tutto
intento a quel mirabile portento educativo eh'è l' autocreazione, di cui è
orgogliosamente pazzo il Fichte. Ciò vale dare a sè stesso non un
carattere di fissità divina, proprio dell'assolutismo che da Dio, quale
oggi non s'intende, traeva la pietrificazione della volontà, ma sì quel
carattere di autodominio che, assoggettando l'io a sé stesso, lo plasma al
sogno mutevole di una realtà paurosamente incerta e inesorabile. Il più
tragico degli ammonimenti di Nietzsche : Vivi in pericolo, si riallaccia
al wer den hegeliano, drammatizzazione dell'X fichtiana.
Ma qui siamo, senza volerlo, in piena morale nietzscheana. Qual valore
attribuiremo alla morale dell'immoralista?
Rispondere significa risalire alla metafisica eh'è il punto di partenza
del pensiero di Nietzsche.
La volontà di potenza, espressione metafisica che tanti rapporti contrae
col wille, col wer den, coll' x, come si è visto, si traduce in desiderio
dell'eterno ritorno, espressione improntata di volontarismo nietzscheano.
La metafisica si chiarifica nella morale; la morale sanziona la
metafisica. L'una e l'altra, legate, come sono, e il Flemming ha saputo
dimostrarlo, alla teoria della conoscenza, illustrano l'irresistibile
essenza del divenire di un mondo senza fine e senza principio, senza legge
e senza scopo, in cui l'uomo, giusta il monito spinoziano, tantum juris
habet, quantum potentia valet, cioè, per una necessaria libertà insita
nella volontà, si accinge ad autolegiferarsi (sichselbst-gesetztgeben), o
a creare i valori propri. Questi valori, data l'instabilità del mondo e
dell'uomo, hanno il valore della necessità di dominio, negazione di tutti
i valori morali. Vere e proprie cose viventi i valori di Nietzsche sono
adattabili alle circostanze molteplici e illogiche della vita. Tutto muta,
divenendo; ma, divenendo, tutto ritorna a sé stesso. L'uomo si ritrova nel
corso dei suoi millenni. Egli, anzi, ha gioito de! divenire per scoprire
le proprie necessità. La vita è tremendo dolore. Ciò basta, per chi si è
educato alla lotta alla tristezza, all'orgoglio, al sacrificio, per
procurare un desiderio spasmodico di vita. E più s'impara a vivere, più la
febbre di vita o di sofferenza o di eroismo aumenta. L'eterno ritorno di
Nietzsche è la traduzione morale e storica della metafìsica e istintiva
volontà di potenza, come si è detto, appunto perchè la volontà vuole
esercitarsi nell'orgoglio del martirio.
Di simili ardimenti è capace la morale di un immoralista che scrive : Dio
è morto. Regna la necessità plumbea. Sintomatica è, come si sa, la domanda
di Nietzsche : Se ci fosse un Dio, come potrei sopportare di non esserlo?
Dunque non esiste Dio. Meglio non si poteva rendere in forma drammatica,
ed è la sua forma, l'istintiva volontà di potenza. Questa, eliminando le
varie categorie, il bene e il male, affermando la vita, la natura, si
realizza nella necessità dello sviluppo. Kraft, wille, trieb, wirken sono
per Nietzsche quasi sinonimi di energia creativa, metafìsicamente Wille
zur Macht. Questa agirebbe deterministicamenfe se non ci fossero di mezzo
i rapporti tra causa ed effetto, categorie, nel pensiero nietzscheano.
Nietzsche, individualista teoretico ed etico appare sempre più tormentato
dal problema metafisico. Contro il fato che domina cieco nella natura
amorale, in cui la guerra è il motivo sovrano, e con la guerra, la vita,
e, con la vita, la virtù, o saggia difesa personale. Nietzsche oppone la
conoscenza lucida e ferma del nostro doloroso destino : amor fati. La
volontà è chiusa nel fato. Il rapporto tra le subconscie individualità,
realtà metafìsiche, e la splendida evoluzione della volontà creatrice,
studiato dal Flemming, illustra acutamente il nucleo
metafisico-psicologico di quel contraddittorio selbst-kenner,
selbst-henker eh'è il Nietzsche. La cui glorificazione simbolica appare
nel Superuomo che all'eterno ritorno può affacciarsi santamente come Colui
che in sé ha risolto il problema del valore. Acuto è, indubbiamente, nella
sua monografia, N.s Zukunfts-menscheit, das Wertpro-blem und die
Rangordnungside, (Berlin, Simion, 1916), non ostante certe violenze, il
Meyer.
Per finire, che rappresenta per noi l'autore di Zarathustra?
Antimetafisico, immoralista, nel senso che morale e metafisica sono limiti
da superarsi, Nietzsche ha saputo e sa rappresentare, come nessuno prima
di lui, la necessità irresistibile e inafferrabile del problema. L'aver
negato la verità dell'essere, del pensiero, dello spirito, dell'idea,
dell'io, e, per rettilineità logica, della verità stessa, non foss'altro
come espressione linguistica, comprova in Nietzsche la potenza dell'azione
diretta di chi deve, con le proprie forze, distruggendo, istituire la
verità in atto in luogo della presunta e categorica verità in astratto.
Nietzsche, genio logico e critico, e genio fantastico e drammatico,
insieme, come avviene nei sommi, sa trasfondere del proprio palpitante
entusiasmo le rigide nudità universali ch'Egli riscalda col soffio lirico,
sia pure, di una domanda o castamente inquieta, o beffardamente
umoristica. Non si potrebbe determinare, non v'è, una linea di confine tra
Nietzsche lirico e Nietzsche umorista del proprio problema. Sua
caratteristica di scrittore, come hanno notato il Romer e il Meyer, è la
sincerità; sua caratteristica di pensatore è una stranissima forma di
umorismo logico, che converrebbe studiare profondamente, limpido indizio
di passione violenta di fede alla Pascal e di sottigliezza crudele di
dubbio alla Leopardi.. Umoristica appare la stessa concezione del mondo,
della vita, della storia, dell'umanità; pure, nel venire di quel vaporoso
gioco di essenze, più nette si stagliano le ardue intransigenze di linee
maestre con cui si avventano la volontà di potenza, il superuomo, l'eterno
ritorno. Qui l'agitazione lirica si fissa nel problema critico. Ma il
fissarsi non esclude il movimento che nel problema assume forma di
domanda. Tutto è criticamente vivo in Nietzsche autocriticista
potentissimo che sa negarsi, in cui la vita, divenuta problema, è
afferrata e lanciata lontano, rincorsa e torturata. La complessità e la
valenza del genio nietzscheano sono estreme : sorvolato dal Barzellotti,
penetrato dal Borgese e dal De Roberty, cincischiato dal geniale Fouillée,
analizzato dall'Orestano e dal Lichtenberger, lineato dal Faure, dallo
Schuré, studiato dal Castiglioni, dal Romer, dal Lachmann, dal Meyer, dal
Brandes, avviluppato da una nube di articoli di giornali e di riviste che
lo rendono impenetrabile come Iside, Nietzsche si rivela quale un simbolo
di realtà, più che una realtà, una profezia più che un carme, un grido più
che una persona. Così voleva il suo spirito fulmineo. Perchè
rimpicciolirlo con aggettivi, con un aggettivo? Nietzsche si svolge in
noi, con noi, per noi : oggi Nietzsche è Istinto dei tempi. È altruista? È
egoista? Sono inezie per un critico di Nietzsche che sappia sollevarsi
fino a lui. Nietzsche è la voce che sa rivelarci.
Il problema contemporaneo è, in parte, di questo « héros de la
connaissance, qui acceptale martyre... » come scrive il Brunet ; e questo
nostro martirio chi sarebbe in grado di definirlo?